|
Vecchia nuova Alleanza
Documento
|

|
|
Vecchia nuova Alleanza
di Piero Maestri
La guerra preventiva di Bush sembrava aver reso “obsoleta” la Nato, che invece continua a operare e a sviluppare le proprie strategie. Dal vertice di Istanbul al “Grande Medio Oriente” e a maggiori spese militari, ecco la “nuova” Nato e il rinnovato ruolo dell'Italia in essa
La guerra preventiva teorizzata e praticata dall'Amministrazione Bush sembrava a molti aver messo definitivamente in soffitta la “vecchia” Alleanza atlantica, mal sopportata dai neoconservatori statunitensi per il dissenso che al suo interno esprimevano in particolare Francia e Germania proprio nei riguardi di quella strategia “unilateralista”.
Dopo l'11 settembre del 2001 gli Stati uniti sollecitavano e ottenevano la decisione della Nato di attivare l'articolo 5 del Trattato, che riconosceva negli attentati di New York una “aggressione” verso gli Usa, che quindi potevano rispondere “legittimamente” con la forza militare in Afghanistan - e i paesi della Nato si dichiaravano pronti a collaborare anche militarmente.
Incassata questa decisione Bush decideva però di fare a meno della Nato negli attacchi verso l'Afghanistan - salvo poi recuperare questa cooperazione con la missione Isaf, che “ha il compito di garantire un ambiente sicuro a tutela dell'Autorità afghana che si è insediata a Kabul il 22 dicembre 2001” (come scrive il sito del ministero della Difesa italiano) e che dall'agosto 2003 è una missione Nato di circa 3000 uomini.
LE MISSIONI RIFORMISTE
L'importanza di questa missione viene sottolineata da molti osservatori, come ad esempio Stefano Cingolani su “il Riformista” del 28 giugno scorso, che considera addirittura “decisiva” l'operazione afghana: “Un insuccesso può gettare la Nato nel cestino della storia e avrebbe un effetto catastrofico sulla guerra al terrorismo. Un successo segnerebbe il ritorno a una visione cooperativa che getterebbe nel cestino l'isolazionismo dei neoconservatori”.
Si tratta in questo caso della posizione conosciuta di quei “riformisti” che hanno sempre appoggiato le strategie militari di questi ultimi quindici anni - purché le guerre fossero “condivise”. Per costoro il ruolo della Nato rimane molto importante.
IL VERTICE DI ISTANBUL
Il vertice della Nato di Istanbul dello scorso giugno non sembra però aver ancora sciolto i nodi che l'Alleanza atlantica sta affrontando.
Se da una parte la decisione di aumentare di 1500 uomini il contingente Nato proprio in Afghanistan sembra confermare l'importanza politica e militare di quella missione, dall'altra parte sul fronte iracheno le divisioni interne all'alleanza si sono fatte sentire ancora una volta: infatti alla richiesta statunitense di inviare truppe Nato a Baghdad - con la scusa della nuova realtà offerta dal “passaggio dei poteri” e della nuova risoluzione Onu - ha fatto seguito solamente la decisione di offrire al “governo iracheno” assistenza per l'addestramento delle forze di sicurezza - e ancora alla fine di luglio non sono chiare le modalità e l'ampiezza di questa operazione e il governo francese continua a porre condizioni per la sua attivazione.
LA “COOPERAZIONE INTERNAZIONALE” DELLA NATO
Ma il vertice di Istanbul non è stato inutile e nemmeno un segnale della avviata obsolescenza della Nato. Le decisioni politiche sembrano anzi riflettere una condivisione forte dei paesi dell'Alleanza atlantica, e riguarda il peso che riveste per le politiche globali il Medio Oriente allargato, quella “area di instabilità che va dall'Asia meridionale e centrale fino al Medio Oriente e al Nord Africa”, come la definisce l'ambasciatore statunitense nella Nato Nicholas Burns, che sottolinea anche che “gli Stati uniti vogliono che la Nato sia una delle pietre angolari del nostro impegno in questa vasta regione”
I vari comunicati ufficiali richiamano più volte la “Istanbul Cooperation Initiative”, che vorrebbe essere l'inizio di una strategia dell'attenzione da parte della Nato verso il “broader Middle East” - un “più vasto” Medio Oriente che richiama il “grande” Medio Oriente del progetto che gli Stati uniti hanno portato alla riunione del G8 di poche settimane precedente quella della Nato.
Questa dichiarazione mostra come i paesi della Nato concordino sull'importanza di costruire una presenza più forte nella regione mediorientale, sia in termini politici che militari. La ragione la spiegava il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer in un intervento dell’ 8 giugno: “Questi paesi ci riguardano. Ci riguardano perché la demografia, le migrazioni e la sicurezza energetica creano un'interdipendenza sempre maggiore tra noi”. Affermazione di per sé innegabile, ma che sottintende ancora una volta la necessità di sviluppare una strategia di presenza politico-militare in questa regione, per impedire le migrazioni (o comunque controllarle e utilizzarle) e per mantenere il controllo sulle fonti energetiche.
INTERESSI RECIPROCI
Per questo si propone un'iniziativa “di cooperazione” che vuole coinvolgere i paesi del “vasto” Medio Oriente su base singola, quindi non in un'alleanza organica e collettiva - con la possibilità quindi anche di incidere nelle decisioni collettive - ma in associazione subordinata a un'iniziativa della Nato stessa, sulla base dei “mutui interessi”: e le classi dirigenti dei paesi arabi hanno davvero “mutui interessi” con quelle dei paesi occidentali - e cercheranno di affermarle sempre più, anche per evitare che le idee di “democratizzazione” del “Grande Medio Oriente” che i neoconservatori statunitensi hanno fatto circolare al G8 non diventino una preoccupazione per i loro governi, che evidentemente con la democrazia hanno davvero poco a che fare (dall'Egitto all'Arabia saudita ecc.).
L'offerta della Nato è quella di un aiuto “allo sviluppo delle capacità delle forze armate di questi paesi di operare con quelli della Nato, anche contribuendo a operazioni guidate dalla Nato”, ovviamente per “combattere il terrorismo” ecc.
Un'offerta molto “libera”, ma anche piuttosto ferma, se si legge un altro passaggio della dichiarazione “Istanbul Cooperation Initiative”: “Questa iniziativa potrebbe portare la Nato a una nuova serie di relazioni con paesi che possono avere una comprensione limitata dell'Alleanza per come si è trasformata”: il che suona abbastanza come minaccia a quegli stessi paesi, che vengono invitati a comprendere meglio “l'Alleanza” e quello che potrebbe combinare nei loro confronti se non accettano questa “offerta” di “collaborazione”.
MIGLIORI CAPACITà, MAGGIORI SPESE
Per il resto il vertice di Istanbul è servito a ribadire scelte già prese in precedenti appuntamenti, in particolare a Washington e Praga, che riguardano la necessità di una maggiore attenzione allo sviluppo delle risorse e alla loro “interoperabilità”: una strategia mirata a rendere finalmente operativa la “forza di risposta rapida” e a connettere le strategie delle industrie militari.
è ancora l'ambasciatore Burns a sottolinearlo quando spiega che “il successo della Nato dipenderà dall'esistenza di truppe e risorse militari per fare questo lavoro”, e per questo “gli Stati uniti chiedono alle nazioni europee di contribuire con un numero maggiore di truppe e risorse”, ricordando però che un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi dell'Alleanza è rappresentato “dalla persistente e crescente differenza nelle capacità militari tra gli Stati uniti e il resto dei suoi alleati. Affinché la trasformazione della Nato e le sue missioni a lungo termine abbiano successo, i nostri alleati europei dovranno spendere di più, e in maniera più ampia, nella difesa” (questo intervento si trova in un interessante rivista del dipartimento di stato Usa, http://usinfo.state.gov/journals/journals.htm).
è la stessa richiesta che viene esplicitata ancora una volta da Jaap de Hoop, che propone “fondi separati nei nostri bilanci nazionali così che il costo della messa a disposizione di forze per le nuove missioni non entri in competizione con le altre priorità della difesa”. Una modalità che i nostri governi ormai applicano da tempo, visto che le “missioni di pace” vengono finanziate con capitoli di spesa ad hoc, esterni al bilancio della difesa e che quindi aumentano sempre più le spese militari effettive.
E I GENERALI ITALIANI NE APPROFITTANO
Ma i militari sono incontentabili e l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, capo di Stato maggiore della Difesa, sul “Sole 24 ore” del 21 giugno scorso insiste sulla necessità di maggiori “capacità, e queste, ove non ci sono, bisogna darsele stanziando le risorse finanziarie necessarie ed effettuando gli investimenti opportuni”: mica male per un paese che ha appena varato una nuova portaerei, che secondo il bilancio della Difesa per il 2004 costerà oltre 1300 miliardi di euro (sul sito della Marina militare, http://www.marina.difesa.it/programmi/programmi01.htm, potete trovare una splendida scheda tecnica completa di tutte le informazioni… tranne il costo, assente anche nelle varie entusiastiche cronache del varo che abbiamo letto sui vari giornali) e allo stesso tempo una manovra finanziaria da 30 miliardi di euro - che costerà cara a lavoratrici, lavoratori e cittadine/i.
IL COMANDO DI NAPOLI
La Nato quindi sembra resistere e certamente rilancia il suo ruolo. L'Italia è pienamente inserita in questa strategia, e il suo territorio diventa estremamente importante per la presenza delle basi e delle infrastrutture necessarie alla guerra di movimento e alle “missioni fuori area”, che sono dirette proprio verso il Medio Oriente allargato.
Nella nuova struttura di comando della Nato, varata alla fine del 2003, viene affidato a Napoli uno dei comandi operativi, e dal giugno 2004 fino al giugno 2005 sarà responsabile per la “Nato Response Force”, la forza di rapido intervento di 20.000 uomini che dovrebbe essere operativa dal prossimo ottobre: in questo stesso periodo le forze terrestri di questo corpo verranno fornite dal comando della forza di risposta rapida stanziato a Solbiate Olona (a pochi passi dall'aeroporto milanese della Malpensa, che avrà sempre più un carattere anche militare).
LA NUOVA STRUTTURA DELLE BASI
Ma a Napoli viene trasferito anche il quartier generale delle forze statunitensi in Europa, finora stanziato a Londra, e questo rende più chiaro lo scenario strategico della costruzione della nuova base a Taranto [v. articolo di Marescotti], dell'allargamento della base della Maddalena (v. G&P n.109) e del progetto di raddoppio del canale di Camp Darby per ridurre i tempi di carico delle navi.
“Gettare le basi” non è allora una parola d'ordine “veteropacifista”, visto che il nostro paese è ancora essenziale come trampolino di lancio della “politica di potenza” verso la regione mediterranea e mediorientale e la sua subordinazione alla Nato cresce. E questa, purtroppo, non sarà scalfita certamente da un'eventuale uscita di scena di Bush e dei suoi ideologi neocons.
A novembre ci sarà a Venezia l'assemblea parlamentare della Nato, e il “Venezia Social forum” sta organizzando delle iniziative in quei giorni: sarà un buona occasione per il movimento contro la guerra per affrontare le questioni legate alle strategie militari dell'Alleanza atlantica e alle politiche delle difesa, europee e italiane.
http://www.mercatiesplosivi.com/guerrepace/gepart307.shtml
|
|
 |
Unknow user
|
 |
|
|
 |
Hits
707
|
 |
|
 |
10-10-2004
|
 |
|
|
|


|
Number of forums found:
0 |
 |
|
 |
Connettiti con Login o Join
|
 |
 |
 |
 |
 |
20:08 10-09-2010.
|
 |
 |
 |
|


|